LEZIONI di TOPONOMASTICA e BOTANICA
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- Pubblicato Venerdì, 02 Dicembre 2011 18:54
- Scritto da Norkey
La saggezza popolare insegna a non fare troppe domande, mai, a nessuno, neppure a sé stessi. Ne sa qualcosa un carissimo amico, detto Barba perché fornito di nera peluria fin dalla nascita, tant'è che quando disse la prima parola non chiamò la mamma ma il barbiere. Un giorno, molto tempo fa, con Barba ed un altro amico - il quarto lo avevamo perduto per strada - ci stavamo cimentando con la traversata, da Nord a Sud, delle Apuane. Idea alquanto balzana dato il periodo, a cavallo tra il mese di Luglio ed i primi di Agosto, e il peso degli zaini militari stracolmi che ci eravamo portati dietro. Neppure fossimo partiti per una spedizione Himalayana. Avevamo passato la seconda notte al Donegani, dove Nanni si era premurato di vomitare, nottetempo, sulle ciabatte della gestrice del rifugio. Sfortunatamente, in quel momento, le ciabatte erano, per dannato accidente, indosso alla proprietaria che, ovviamente, non gradì l'omaggio. Non si trattava di mal di montagna, data la quota sarebbe stato più probabile un mal di mare, bensì di una ben più meschina e banale riduzione del tasso sanguigno nell'alcool che, quella notte, scorreva nel sistema circolatorio di Nanni. Una volgare ubriacatura insomma. Dovete sapere infatti che eravamo arrivati al rifugio sull'imbrunire, da Foce Siggioli, senza aver bevuto una goccia d'acqua per tutta la giornata. E che giornata ! Era il trentotto luglio e faceva molto caldo, era scoppiata l'afa e... no, questi erano gli Squallors. Era il 31 luglio e comunque faceva molto caldo davvero ed il sole "randellava" impietoso e rovente. Durante la mattinata Barba e Nanni si erano sobbarcati la fatica di riaccompagnare Luca dalla "Casa dei vecchi macchinari" fino alla stazione di Equi e ritorno. Luca era stato costretto alla rinuncia dall'insorgere improvviso di una insanabile incompatibilità di carattere con i pendii in salita. Nel frattempo il mio compito avrebbe previsto l'onere di portare gli zaini fino all'attacco della ferrata per Foce Siggioli. I due tornarono verso le 12,00. Ci accingemmo quindi ad iniziare la ferrata sotto un sole implacabile che, mentre rendeva incandescente il cavo d'acciaio, ti configgeva i raggi nel cranio friggendoti il cervello e rosolandoti pian piano come un pollo allo spiedo. Il sudore colava copioso, la sete... la sete!! L'acqua, chi ha preso l'acqua? Un attimo di smarrimento, sguardi interrogativi e pieni di speranza dall'uno all'altro. Tu? No, allora ... tu? Naturalmente nessuno di noi aveva pensato a bere durante la mattinata, nè tantomeno a riempire le borracce. Beh, se non avevamo acqua da bere, quantomeno ci eravamo bevuti il cervello. Su per la ferrata le cose andarono piuttosto a rilento, nella penosa constatazione della reale esistenza di G, la forza di gravità, della quale i nostri zaini erano inconfutabile dimostrazione, e nella rassegnata considerazione che altri, certamente più pragmatici ed intuitivi, per convincersene si erano accontentati di una semplice mela (meno di un etto!). Proseguimmo quindi assorti in profonda meditazione sulle leggi della fisica e sul loro manifestarsi. Meditazione tutta orientale, accompagnata dalla ripetuta recitazione di mantra che, chissà come, misteri d'oriente, in quel contesto suonavano stranamente come un occidentalissimo (e toscanissimo) sacramentare. Arrivammo alfine al rifugio, così asciutti e strizzati come se ci avessero passato per una strizzapanni e disidratati e secchi come mummie (che l'Uomo di Similaun si fosse dimenticato la borraccia?). A tutti gli assetati, reduci da avventure, o disavventure, nei deserti infuocati l'acqua viene somministrata a gocce, semplicemente umettando le labbra screpolate e riarse, per evitare reazioni pericolose. Consapevoli di ciò per la nostra consumata preparazione ed esperienza acquisita con films e fumetti (cfr Tex, vari numeri), evitammo l'errore di attaccarci istintivamente alla fontana. Decidendo senz'altro di escludere, per il momento, l'acqua passammo direttamente alla birra. A cena seguì il vino e Nanni, per concludere in bellezza , con ammirevole altruismo, aiutò una coppia di anziani coniugi che avevano ordinato un grappino a finire la bottiglia. E l'acqua? Beh, una bella lavata e via a letto! Ora, immaginatevi le cellule riarse, assetate di liquidi al limite del collasso riproduttivo (se vi riuscisse difficile provate a rivedere in Tv Piero Angela che saltella come un equilibrista su cellule, filamenti genetici ecc.). Bene, pensate a queste cellule che si sono rigenerate (!?) con il prezioso e provvidenziale liquido, al flusso sanguigno che ha ripreso a scorrere, correre, sbandare, apportando il vivificante ossigeno, o piuttosto i vapori di alcool, in giro per l'organismo tutto. Insomma, una prova del palloncino quella notte avrebbe potuto servire al più a misurare i residui ematici nella micidiale miscela di birra-vino-grappa. Ecco come accade poi di vomitare sulle ciabatte di qualcuno. La mattina pensammo quindi di filarcela (ohè, avevamo pagato la sera!) alla chetichella, sul prestino, per evitare, s'intende, la calura del sole. Ci sfacchinammo quei pesantissimi zaini (mi domando ancora cosa ci avevamo infilato) su per la marmifera fin sotto il Contrario dove, per esserci perduti un paio di volte, giungemmo (influenza nefasta dei nomi) alquanto contrariati. Ecco, infine, la sospirata Foce di Cardeto. Il luogo, come tutti coloro che lo conoscono sanno, è ameno, paesaggisticamente spettacolare, interessante geologicamente per l'evidenza dei fenomeni tettonici (cosa è codesto sorrisetto malizioso, son cose geologiche, ignorante!) che si osservano ed altro ancora. Tutto quello che volete, ma Barba non era soddisfatto. Si guardava attorno sospettoso, incerto, evidentemente roso dal dubbio. Improvvisamente, risoluto, varcò la Foce, si fermò sul sentiero e, con voce ferma e decisa, senza timore alcuno, prima che noi potessimo fermarlo, pronunciò la domanda fatidica. Con spiccato accento... montaionese? esclamò: "Chissà perché si chiama Foce di Cardetooooo..." L'accento foresto rimbombò dalle pareti del Cavallo a quelle del Pisanino, gli Zucchi ne furono scossi, le montagne ebbero un principio di crisi esistenziale (chi siamo? da dove veniamo?), nel fondovalle l'acqua impallidì e diventò bianca. Fu un attimo, un attimo eterno. Ma in quell'attimo "The Wild", lo spirto selvaggio dei monti e della natura, riprese coscienza, riacquistò la fiducia in sé stesso che così violentemente, dalle più profonde zolle tettoniche (ci risiamo?! ehi! dico a te!) , era stata scossa e colpì. Colpì duramente, selvaggiamente, il profano, il sacrilego, il piccolo (beh, piccolo... si fa per dire) uomo con la barba. Nell'attimo eterno ecc. ecc. di cui sopra, The Wild indusse Barba a voltarsi verso di noi. Barba lo fece, spinto da The Wild, spinto dall'inesperienza, spinto dalla scarsa conoscenza della più moderna manualistica tecnica che raccomanda, in montagna, di muovere sempre un solo arto alla volta e giammai, ma proprio mai, contemporaneamente le gambe e la lingua. Fu quindi spinto giù dal sentiero, rotolando per i prativi ripidi, in una caduta interminabile e illuminante. Una caduta dal buio dell'ignoranza alla luce della conoscenza che lo condusse diretto alla verità assoluta, come mai prima era accaduto ad altri. E capì, comprese, realizzò con quell'improvvisa intuizione che fulmina dipanando nebbie e vapori che offuscano la ragione ed il discernimento degli uomini. In quella caduta si identificò con l'essenza della cosa, fu tutt'uno con essa, si immedesimò e soffrì per questa folgorante e dirompente illuminazione che lo aveva trafitto con la sua immanenza. Ed improvvisa fu ...la Rivelazione! In breve, era caduto su di una spaventosa distesa di carline (carlina acaulis l.) volgarmente dette cardi (ma và!) le cui foglie "sono pentatifide con i lobi variamente incisi e terminati da spine pungentissime (!!!)". Barba, accantonata ogni velleità per la toponomastica, scienza evidentemente ed intrinsecamente rischiosa, passò con spirito eclettico ed inattesa versatilità, ad interessarsi di botanica, dedicandosi allo studio ed alla meditazione sulle foglie pentatifide, le cui spine continuò metodicamente e pazientemente, con ammirevole stoicismo, a togliere, un po' per sera, per tutto il mese di Agosto (e fors'anche di Settembre). Da allora si và così sempre più affermando una scuola di pensiero per la modifica del nome scientifico della carlina in "Carlina c. Barbae " * Note: c. sta per "curiositatis"




